giovedì 9 aprile 2015

Rocco, Herrera e quel magico maggio 1963

Cinque giorni tra il 22 e il 26 maggio 1963. Cinque giorni che hanno cambiato il calcio milanese, italiano e mondiale con la vittoria che ha dato il via all'epopea europea del Milan e il primo scudetto della Grande Inter che da lì comincerà il suo grandissimo ciclo. Artefici di tutto questo due grandissimi allenatori e personaggi, Nereo Rocco ed Helenio Herrera, accomunati dopo 50 anni da una mostra a Palazzo Reale di Milano che ricorda fatti e propone interessantissimi ed inediti documenti multimediali e memorabilia. Da visitare dopo avere letto "Quelli che… Milan Inter ’63 - La leggenda del Mago e del Paròn", il libro di Gigi Garanzini nato insieme alla mostra e che racconta la storia sportiva e umana di due personaggi irripetibili.
Artefice della doppia operazione Gigi Garanzini, noto giornalista sportivo che da tempo (sua una simile operazione su Nereo Rocco lo scorso anno, in occasione del centenario della nascita del tecnico triestino) si sta proponendo come fondamentale divulgatore di storia e storie del calcio che, altrimenti, andrebbero sfumando. Con lui, il Comune di Milano che ha promosso la mostra insieme all'editore Skira, che ha pubblicato il volume. A sostenere il tutto con oggetti, documenti, materiali d'archivio i due club legati a doppio filo a Rocco ed Herrera, vale a dire Milan e Inter: e soprattutto la Rai, che ha condiviso i preziosissimi materiali delle sue Teche, dai quali sono tratti i filmati che accompagnano il percorso espositivo, e da Gazzetta dello Sport, anch’essa coinvolta con il suo archivio.

Una storia leggendaria, quella di Rocco ed Herrera: la rivalità, la carriera e l’amicizia di due personaggi filtrata attraverso un percorso di immagini, ricordi e documenti che racconta anche la Milano di quegli anni, che stava trasformandosi nella città di riferimento in Europa, non solo per lo sport, ma anche per la cultura, lo spettacolo, il design, la moda, le sue grandi aziende. Da quei cinque giorni del 1963 al 1969 si snoda una stagione irripetibile: i due allenatori faranno di Milano la capitale europea e mondiale del calcio, alternandosi nella conquista di trofei nazionali, europei e mondiali. Eppure i due personaggi non potrebbero essere più diversi: questa contrapposizione diventa il tema centrale della mostra, che attraverso centinaia di fotografie, numerosi e rari filmati, installazioni, oggetti di culto appartenuti ai due allenatori disegna un ritratto veritiero e umanissimo di due personaggi che hanno fatto la storia del calcio e in parte della Milano del 1963. La mostra milanese si apre proprio sul tema della rivalità iniziale: il visitatore potrà scegliere infatti un ingresso nerazzurro o uno rossonero, che naturalmente poi confluiranno in spazi comuni. La prima sezione, a cura di John Foot (professore inglese di Storia moderna italiana, e profondo conoscitore della Milano di quegli anni), è dedicata alla Milano del 1963, con fotografie e filmati di altri celebri rivali: personaggi come Celentano e Jannacci, Walter Chiari e Gino Bramieri, Maria Callas e Renata Tebaldi, aziende come Motta e Alemagna: una panoramica del meglio della città dell’epoca. E poi, in una rassegna che raccoglie circa cento foto d’autore (scelte dallo storico della fotografia Cesare Colombo) la vita sociale della città, con gli immigrati, le fabbriche, la motorizzazione, i nuovi consumi, fino al cinema e ai protagonisti della vita culturale.

Ma sono loro, Rocco ed Herrera, i protagonisti, il centro. Con un omaggio speciale al terzo incomodo di entrambi, Gianni Brera, massimo cantore del calcio a tutto tondo. E ancora maglie, scarpe, ricordi personali, la famosa lavagna tattica di Herrera, un quadro che il grande De Chirico aveva regalato a Rocco per consolarlo di una sconfitta. Seguono poi filmati e interviste, che ripercorrono storia e personalità dei due protagonisti. Viene quindi ricostruita l’atmosfera degli spogliatoi, compreso lo scorrere dell’acqua e il profumo di olio canforato, con alcune sorprese per i visitatori negli armadietti che si aprono e mostrano filmati divertenti, spesso inediti. Segue la sala dei Trionfi, con tutte le coppe vinte da Herrera e Rocco e sullo sfondo una parete rosa con le pagine storiche della Gazzetta dello Sport. Ancora fotografie e filmati di interviste, di allenamenti, con i due tecnici nella loro quotidianità, tra panchina, dialoghi con i giocatori e vita in campo, con gli indimenticabili spezzoni delle grandi finali europee e mondiali vinte dai due personaggi.  Sfilano le immagini di grandi campioni come Mazzola, Picchi, Suarez, Corso, Altafini, Rivera, Trapattoni. Un grande, diretto tributo alla memoria, al calcio, soprattutto a due uomini che mezzo secolo non ha coperto di polvere: interisti, milanisti e tutti quelli che tengono davvero a un un pallone - compresi chi non li ha visti all'opera - lasciano sempre un posto speciale al Mago e al Paròn.

Gianni Brera scritto da Massimo Raffaeli

Com’è che Brera è diventato Brera nel senso comune degli appassionati di calcio? Certamente per alcune sue punte polemiche che nei primi anni sessanta già tralignavano dalla carta stampata alla televisione con la comparsa di un epiteto, “abatino”, che egli aveva affibbiato, in un primo momento, e in accezione positiva, all’olimpionico duecentometrista Livio Berruti e ad Antonio Valentìn Angelillo, poi ad altri calciatori che vedeva con sgomento annaspare in ciò che pure definiva il “mare magno” del centrocampo (giocatori di nitido stile ma di scarso nerbo) quali Sandro Mazzola, Giacomo Bulgarelli e, ovviamente Gianni Rivera, nome proverbiale degli anni del boom, la cui eleganza corrispondeva per gli appassionati al segno di un paese redivivo, finalmente moderno, avvenente, e persino à la page: il suo, di Brera, era un empito di odio/amore che non sarebbe mai venuto meno anche se col tempo si sarebbe tramutato in una vera e propria parte in commedia e pertanto inderogabile.
Tuttavia, la polemica su Rivera e con Rivera stesso alla lunga si sarebbe rivelata la diversione necessariamente esagerata di un conflitto più antico e profondo, tale da mettere in questione l’analisi della partita di calcio e, a ben guardare, tanto il fondamento primordiale del gioco quanto lo sguardo portato su di esso. In effetti, chi leggeva Brera sulle colonne del “Giorno” o sul lenzuolo verde del “Guerin Sportivo”, fra gli anni sessanta e settanta, che consentisse o meno con l’oltranza sempre ribadita delle tesi, che fosse intrigato o respinto da una peculiarità linguistico-stilistica che non aveva eguali, comunque era costretto a convenire di trovarsi al cospetto di un critico nell’accezione letterale del termine. Se “critica” vuol dire, per etimologia, prima “distinguere” e poi “valutare” e “giudicare”, le sue pagine ne erano la più compiuta testimonianza: che poi presentassero una lingua e uno stile così riconoscibili (così originali da condannare al ridicolo di una involontaria parodia chiunque volesse imitarlo), questo lo smarcava dalla totalità dei colleghi e gli garantiva la fisionomia di un pioniere, l’unicità del fondatore di una disciplina. (Dunque la polemica con Rivera era nient’altro che il precipitato di una teoria o anche un’esca per moltiplicare la tiratura, era il momento ideologico e propagandistico di una posizione critica e teorica altrimenti fondata). Quando leggevamo Brera domandandoci invano il perché della sua unicità (intrigati o sviati dalla celebre massima di “Gadda spiegato al popolo” con cui volle liquidarlo un grande semiologo e massimo scrittore di intrattenimento, in Italia) non coglievamo il fatto che non esistevano ancora, da noi, dei critici di calcio che tali potessero chiamarsi. C’erano degli intenditori (per esempio Giglio Panza, Emilio Violanti, Renato Morino, Maurizio Barendson), degli ex sportivi riconvertiti al giornalismo (prima Vittorio Pozzo su “La Stampa”, poi Annibale Frossi sul “Corriere della Sera”), c’erano degli analisti in via di formazione (per esempio gli allora giovanissimi Gian Paolo Ormezzano, Giorgio Tosatti, Gianfranco Civolani), c’erano degli esteti come Carlo Bergoglio detto Carlin o degli ereditieri del dannunziano Bruno Roghi come Vladimiro Caminiti, c’erano addirittura degli storici (nientemeno Antonio Ghirelli, la cui prima edizione della Storia del calcio in Italia esce da Einaudi nel ’54) o degli scrittori chiamati a occuparsi di calcio a tempo pieno come Giovanni Arpino o, saltuariamente, come Mario Soldati, Luciano Bianciardi, Manlio Cancogni, Salvatore Bruno e Oreste del Buono. Ma qualcuno che sapesse recensire e valutare la partita di calcio come usavano, per altra via, i critici militanti della letteratura ancora in Italia non si era presentato. Nel senso comune, precisatosi soltanto nel lungo periodo, Brera è infine questo, un critico militante e insieme un teorico del gioco. Egli è il referente e complice ma anche il beneficiario della couche di critici sportivi che si vengono formando sulle pagine del “Giorno” allora dirette da Pilade del Buono: per stare ai fuoriclasse, Mario Fossati per il ciclismo, Gianni Clerici per il tennis, Giulio Signori per la boxe, senza ignorare le seconde linee calcistiche a nome Mino Mulinacci, Gian Maria Gazzaniga, Gian Mario Maletto, Beppe Maseri, Piero Dardanello e Mario Pennacchia che rimane, con la grande impresa di Il calcio in Italia (1998) forse il massimo cronografo-annalista di questo sport.

Su come lavorava Brera e su Brera allo stadio esiste una aneddotica ricchissima: primi rilievi stesi in tribuna stampa e prime “seriazioni statistiche”, come le chiamava, affidate al taccuino (uno per ogni gara, e pare ne siano residuati a centinaia), poi la corsa a casa o in albergo per la stesura dell’articolo con relative pagelle, di seguito la dettatura a ritmi implacabili ma godendo del privilegio (un privilegio forse unico nella storia del giornalismo italiano) di scegliere anche titolo, occhiello e sommario. (Per i libri teorici e divulgativi, o insomma per le pubblicazioni più impegnative, utilizzava i periodi di vacanza ma il ritmo produttivo rimaneva febbrile: del resto la sua intera produzione scritta assomiglia al cosmo copernicano, dove il centro è dappertutto e i confini da nessuna parte. Ciò complicherà il lavoro dei filologi a venire e però favorisce paradossalmente i prelievi più casuali, ad apertura di pagina, dalla sua sterminata produzione). Ma al di là della procedura, in che cosa consiste il suo metodo e quali ne sono i punti di riferimento? La partita, cioè il singolo incontro osservato e recensito, è il punctum cui si arriva per cerchi concentrici. Il cerchio esterno coincide con la storia patria e il nesso di storia-geografia che divide l’Italia con linea del Po. Nel cerchio ulteriore (che discrimina l’Italia del burro portato da Alboino dall’Italia dell’olio o anche l’Italia dei venti freddi e continentali dall’Italia dello scirocco e dei venti africani) sono già evidenti alcuni suoi stereotipi fondamentali: per ragioni di clima e di etnos il calcio è un fenomeno elettivamente cisalpino o padano e invece inadatto al clima mediterraneo; i grandi campioni (come testimoniano gli indici dell’atletica leggera, la disciplina di base da lui prediletta agli esordi) non possono che prosperare o latitare in relazione agli indici climatici ed etnico-storici. Da tali convinzioni (dove si mescolano tanto l’amore per la Lombardia che gli detta alcune tra le sue pagine più belle, specie di storia enogastronomica, quanto la apologia della cosiddetta Padania le cui venature xenofobe saranno purtroppo sfruttate da alcuni suoi postumi zelatori in camicia verde), egli viene deducendo una serie di antefatti decisivi: la natura tarda e composita della unificazione italiana; la concomitanza di zone climatiche diametrali; una pratica del gioco a lungo riservata alle fasce di media e piccola borghesia con l’esclusione del proletariato, specie meridionale; il persistere, nel movimento calcistico, dell’ipoteca coloniale (a partire dagli inglesi), l’assenza di una cultura specifica e la conseguente latitanza di una vera e propria scuola nazionale. Dalla progressiva consapevolezza di simili manques, dallo stato di miseria in cui nasce ed evolve in Italia il gioco del calcio, Brera deduce uno sguardo e mette a punto un metodo critico che, stante la natura composita e persino coacervica del fenomeno, non può che avvalersi di una scrittura sperimentale, mescidata e reinventata a oltranza.

Nel cerchio minore e oramai in prossimità del punctum, si delineano altre e allarmanti evidenze: in Italia, paese giovane e povero, poverissimo di atleti, fra quei pochi eccellono gli scattisti (nel calcio, attaccanti e difensori) mentre mancano i fondisti, vale a dire i centrocampisti che o sono rozzi e negati alla costruzione del gioco o sono splendidi stilisti e però renitenti alla corsa e ai recuperi, proprio come l’abatino Rivera. Brera non ha potuto assistervi ma l’albo d’oro gli dice che due Mondiali sono stati vinti dagli azzurri di Pozzo, nel ’34 e nel ’38, con la squadra disposta a W (o Metodo) e che viceversa, con la squadra disposta a WM (o Sistema, all’inglese) invalso nel secondo dopoguerra, il Grande Torino in maglia azzurra ha potuto essere umiliato dai britannici a casa sua e per 4 a O. Non è un caso che da giovane direttore della “Gazzetta”, pure sospettoso di qualunque nazionalismo, Brera metta a punto il suo metodo nel periodo di maggiore decadenza della nazionale, eliminata ai mondiali brasiliani del ’50 come a quelli svizzeri del ’54 e addirittura esclusa, per non essersi qualificata, da Stoccolma 1958. È qui, per usare il titolo di un grande storiografo, che Brera “inventa” la tradizione calcistica italiana senza la quale non sussisterebbe la sua stessa produzione di critico. È possibile darne il sommario ricorrendo al testo più compiuto della sua bibliografia tecnica, la Storia critica del calcio italiano (1975 e 1978), un’opera a tesi, dichiaratamente militante che, per testimonianza dell’autore, avrebbe dovuto brerianamente intitolarsi Storia critica della pedata italica. Lo sguardo non è equanime né potrebbe esserlo, visto che il decorso corrisponde a una trafila di momenti topici che tutti preludono o contrastano l’avvento del cosiddetto gioco all’italiana, il modulo sintetizzabile con la sua antonomasia di “catenaccio”. Qui, va subito aggiunto, il gesto critico descrittivo si traduce costantemente in rilievi chiaramente prescrittivi: ciò vuol dire che la critica, per Brera, non può mai prodursi senza l’avallo di una poetica.

Il calcio all’italiana per Brera, a partire dai primi anni cinquanta, si fonda su alcuni assiomi storicamente testati: a) la eversione del WM, troppo atleticamente dispendioso nonché tatticamente ingenuo, con il ritorno al Metodo degli anni trenta, cioè al doppio terzino d’area (uno stopper e un altro difensore “libero da impegni di marcatura” o più semplicemente “libero”, suo neologismo presto adottato a livello internazionale: costui è l’uomo che impedisce agli attaccanti avversari di andare immediatamente a rete una volta superato il rispettivo marcatore; b) il mantenimento della equidistanza fra i reparti della squadra, mai derogabile anche nelle situazioni di svantaggio (laddove Brera arriva a parlare di apparente “difesa della sconfitta”), che induce gli avversari a squilibrarsi e quindi a esporsi a letali rovesciamenti di fronte; c) il sillogismo deducibile da a) e b): difesa chiusa e contropiede, lo schema universale che se da un lato non va confuso con le barricate o le volgari ammucchiate dall’altro permette sia di saltare il centrocampo (specie alle squadre italiane, deficitarie in quella zona) sia di esaltare la agilità delle punte. Come dirà tante volte, questa è la risorsa di Davide contro Golia, la trovata di Bertoldo che non riesce a scegliere l’albero cui impiccarsi o, in una parola sola, questa è la metafisica dei poveri che sanno di esserlo. Neanche a dirlo, in tribuna stampa e fra il popolo grande dei lettori, molti nuovi ricchi se ne adontano inneggiando al “bel gioco” o comunque a un gioco alla pari con le scuole calcistiche più longeve e dal vivaio più ricco di atleti: Brera li iscrive tutti quanti d’ufficio alla scuola “napoletana” il cui esponente più pregiato è il suo antipode umano e professionale di sempre, Gino Palumbo, peraltro suo successore e ostinato eversore in “Gazzetta” (dove l’unico breriano resistente sarà per molto tempo Gualtiero Zanetti). Brera vagheggia un modulo che sappia contaminare, in Italia, il vigore troppo monotono degli anglosassoni e la squisitezza tecnica ciecamente prodigata dai latini sudamericani. Inventando la propria tradizione, sa che il catenaccio non è un’esclusiva italiana (perché già negli anni quaranta l’austriaco Rappan praticava il Verrou o Riegel al Grasshopper di Zurigo) ma che è tutta italiana l’attitudine a economizzare le energie (la caisse d’epargne di cui gli dirà, seccatissimo, un collega francese ai Mondiali di Messico ’70) nonché a disporsi in campo per attirare la squadra avversaria e colpirla di rimessa. Nella Storia critica la genealogia del contropiede è un fatto di lungo periodo e muove addirittura dalla Pro Vercelli anni dieci, passa per la nazionale di Pozzo (accusato comunque di praticismo e scarsa consapevolezza tattica, in pratica di razzolare bene ma, da succubo dei maestri inglesi, di predicare male), continua con il Bologna anni trenta di Arpad Weisz, vincitore sul Chelsea al Torneo dell’Esposizione di Parigi nel 1937 e arriva finalmente al 1960, annus mirabilis del catenaccio, quando la Figc affida a Gipo Viani e Nereo Rocco gli azzurri della nazionale Olimpica. Se Viani è un antesignano (“Vianema” si chiamava il criptocatenaccio da lui praticato in provincia), Nereo Rocco, tecnico della Triestina e poi del Padova anni cinquanta, è il suo primo eroe eponimo, sinonimo di saggezza, di umanità e di genio perfettamente dissimulato nella bonomia: Rocco è l’anti-italiano per eccellenza, un nemico giurato della verbosità e della megalomania. Nella buca di Prato della Valle, dove si battono e contrattaccano con vigore belluino i ragazzi che Rocco chiama i Manzi (difensori leggendari quali Blason, Azzini e Scagnellato, una mezzala come Humberto Rosa, punte del valore di Sergio Brighenti e Kurt Hamrin), Brera vede per la prima volta il corrispettivo si potrebbe dire dialettale di due grandi nazionali che intanto stanno praticando il catenaccio senza che il pubblico e la critica sappiano o vogliano avvedersene, l’Uruguay (che ha modo di ammirare contro gli ungheresi di Puskas ai Mondiali svizzeri del ’54) e il Brasile di Stoccolma ’58, la squadra di Didì-Vavà-Pelé convertita al doppio terzino d’area dopo storiche batoste e annose polemiche grazie alla saggezza di un tecnico di origine italiana, Vicente Feola, e su indiretto suggerimento di un ebreo ungherese, Béla Guttman, transfuga dal nostro campionato. Giusto in Italia la scuola “difensivista” risulta così minoritaria che la sua tarda affermazione, a cavallo degli anni sessanta, avviene ufficiosamente, quasi si trattasse di dover ammettere una pratica immonda: Brera giustifica la cautela remissiva del modulo citando una massima prudente e disarmante di Francesco Guicciardini (“che se tu nelli italiani riponi fidanza, sempre aurai delusione”) che oggi sappiamo essere invece solamente farina del suo sacco. Rocco, passato al Milan, è il braccio armato e vincente della critica breriana mentre non lo è affatto Helenio Herrera che Brera (suo ispirato biografo) valuta alla pari di un sublime cialtrone, di un abile preparatore e di un geniale opportunista, capace di passare in poco d’ora dal WM ultrapodistico dei suoi esordi al catenaccio ortodosso che munisce la difesa della Grande Inter anni sessanta. Sono gli anni in cui Brera moltiplica i lettori e però continua a dare l’impressione di parlare nel deserto: quando il pupillo di Rocco (l’abatino che ha accettato la parte in commedia) gli muove guerra sui giornali, per nero contrappasso l’Italia viene eliminata ai mondiali inglesi del ’66 dai quidam della Corea. Tale è lo scandalo e il suo personale sconforto che per un momento pensa di congedarsi dalla critica calcistica, convinto non ne valga più la pena. Non immagina che la immediata chiusura delle frontiere ai calciatori stranieri e la crescita corrispettiva del vivaio italiano produrranno un ciclo irripetibile e nel segno, se così si può dire, della più squisita breritudine: prima il Cagliari di Manlio Scopigno e di Luigi Riva (l’altro eroe eponimo, forse il solo eroe da lui celebrato fra i “pedatori”), poi la Juventus italianissima dell’allievo maggiore di Rocco, Giovanni Trapattoni (un tecnico cresciuto a una scuola oramai conclamata, la stessa di Osvaldo Bagnoli, Dino Zoff, Rino Marchesi, Ottavio Bianchi e, a ben vedere, di Marcello Lippi e di Fabio Capello). Quando la nazionale italiana vince a Madrid il Mondiale del 1982, Gianni Brera è di fatto ancora un critico militante ma da tempo viene percepito come il Maestro tout court, per giunta associato a “la Repubblica” che è l’organo ufficiale dell’intelligenza come dello snobismo all’italiana, una forgia implacabile del senso comune. Fatto sta che i lettori si moltiplicano e che cresce intorno a lui una nuova generazione di critici di calcio che tutti riconoscono, ed orgogliosamente, il proprio debito con lui (e qui bastino i nomi essenziali di Gianni Mura, di Mario Sconcerti e, già di una generazione ulteriore, di Matteo Marani, Massimiliano Castellani, Darwin Pastorin, quest’ultimo un breriano anti-breriano, per tacere del grande Beppe Viola, troppo presto perduto). A Madrid è come se Brera avesse vinto, e una volta per sempre. L’articolo che firma su “la Repubblica” all’indomani di quell’11 luglio ha la forma di un peana ma in realtà è un testamento e un virtuale passo d’addio. Egli non può che specchiarsi nella vittoria impensabile, non può che riconoscervi l’impronta del calcio all’italiana, l’epica del catenaccio o, come gli accade di chiamarlo in un momento d’enfasi, del “santo catenaccio” addirittura. Si concede persino una riserva sottile nei confronti del tecnico Enzo Bearzot quando scrive che, alla maniera di Vittorio Pozzo, costui ha predicato male e razzolato bene, attenendosi ufficiosamente al calcio all’italiana che a più riprese, ufficialmente, aveva invece condannato. Così scrive:

"Io triumphe, avventurata Italia! Il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale. Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non è neppure venuta dal caso, bensì da un’applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana. […] Ora tu, cara vecchia smandrippata Italia, hai sfruttato appieno le virtù della tua indole, dunque della tua cultura specifica. Non si vince un mondiale senza storia: non si arriva senza nerbo né valore a una finale mondiale. […] Al diavolo i malevoli i cacaminuzzoli gli invidiosi gli incompetenti i pirla i fessi ai quali non è piaciuta la vittoria italiana. Io triumphe, avventurata Italia. Dovessi per un mese cantare le tue caste glorie, ebbene, lo farei con grato entusiasmo. E grazie a voi, beneamati brocchetti del mio tifo, beneamati fratelli miei in mutande."

Quel trionfo azzurro sembra davvero culminare, se non proprio concludere, la parabola di Gianni Brera critico del calcio. È vero che gli restano dieci anni da vivere e da scrivere ma è vera altrettanto, almeno per chi continua a leggerlo, la sensazione di una sua stanchezza, di una ripetitività accademica o forse, più probabilmente, di un suo progressivo disamore. Tutto nel frattempo sta cambiando vertiginosamente intorno a lui, non solo il calcio ma anche il calcio, un gioco che non è più un gioco e nemmeno uno sport, semmai uno spettacolo a esclusiva dominante mediatica. D’altronde non potranno mai andargli a genio (a lui geloso custode della italianità calcistica) il cosmopolitismo di squadre in cui gli stranieri di nuovo sovrabbondano, il disinteresse dei club e del pubblico per la nazionale (quando la vittoria di Berlino 2006, a lui postuma, sembra la classica eccezione che conferma la regola) così come non può non detestare la vigente riforma tecnico-tattica (ai suoi occhi certamente una controriforma) che si ispira al “calcio totale” degli olandesi anni settanta, un modulo che proprio lui ha bollato, se non irriso, chiamandolo “panturbiglione” (parodia del tourbillon), un combinato disposto di frenesia atletica e offensivismo tattico che prepara la deminutio capitis della sua stessa effigie di critico e di teorico del calcio.
All’eresia vincente di Rinus Michels e di Arrigo Sacchi continuerà a guardare con sospetto e ironia nella vana attesa di una resipiscenza: ma Brera resta un modernista radicale (si potrebbe dire un teorico del realismo critico) nel mondo che si avvia, anche nel calcio, alla postmodernità. In particolare a Sacchi non perdona di essere l’antipode di Nereo Rocco e infatti non sarà disposto a passargli né l’aura del “persuaso” (così un poeta-filosofo goriziano definiva un secolo fa i profeti che tali si autoproclamavano) né la parlantina irrefrenabile che lo associa parimenti ai conterranei Vincenzo Muccioli e Benito Mussolini. Il calcio terminale di Brera è in tutto e per tutto un calcio da nuovi ricchi e per nuovi ricchi, oggi così esoso, formattato, così ubiquitario, da non prevedere e anzi da abolire il concetto di “critica”, un calcio peraltro comunemente raccontato (escluse le ovvie e reverende eccezioni) in un gergo dogmatico e fondamentalista, in una Neo-lingua il cui lessico è davvero ripugnante: quando Gianni Mura afferma di dover sopravvivere fra i senzabrera è probabile si riferisca a tutto questo, pari al gruppo di fedelissimi (e fra gli altri il biografo breriano Andrea Maietti e il filologo Alberto Brambilla) che da anni redigono in suo onore i “Quaderni dell’Arcimatto”. Quanto infine a Gianni Brera e al vetusto contropiede, viene in mente un autore che lui amava ancora meno di Carlo Emilio Gadda, cioè Alessandro Manzoni, e in particolare un suo personaggio, l’ineffabile Don Ferrante, colui che cambiava le parole non sapendo o non volendo cambiare le cose: sono gli ignari discepoli di Don Ferrante che noi dobbiamo ringraziare se adesso, in Italia, il contropiede si chiama “ripartenza”.

La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera

Era il 30 giugno del 1954, sono passati sessant’anni. Le due squadre scesero in campo allo stadio Olympique de la Pontaise di Losanna poco prima delle 6 di pomeriggio.
Da una parte l’Ungheria, l’Aranycsapat, cioè la “Squadra d’oro”, una delle più grandi compagini di tutti i tempi, costituita sull’ossatura della Honved di Budapest, la squadra dell’esercito: un pugno di campioni (Bozsik, Czibor, Kocsis…) stretti intorno a un autentico fuoriclasse, Ferenc Puskas, che però non giocò per infortunio la fatidica partita.
L’Ungheria giocava una sorta di calcio totale ante litteram, modificando il Sistema allora in voga in una sorta di modulo tattico 3-2-3-2 che prevedeva l’avanzamento delle ali laterali per creare costantemente superiorità numerica. Formule tattiche a parte, è uno dei primi tentativi in cui i giocatori si muovono come un corpo unico, privilegiando il fraseggio ai lanci lunghi, e un gioco compatto in cui tutti fanno praticamente tutto. Nell’Ungheria di Puskas & co. vi sono tracce in seguito elaborate dall’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi o il Barcellona di Guardiola.
Dopo aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1952, il momento di massimo splendore dell’Aranycsapat fu raggiunto il 25 novembre del 1953 a Wembley, quando sconfisse la nazionale inglese per 6-3 davanti a centomila spettatori. Anche questa partita è integralmente su Youtube: ad impressionare non è solo la bellezza estetica del calcio danubiano, o il fatto che la partita sarebbe tranquillamente potuta finire 14-3, ma una sorta di scissione temporale. Gli ungheresi sembrano davvero piombare dal futuro e inventare metro dopo metro, passaggio dopo passaggio, un calcio mai visto prima.
Nel 1956, due anni dopo i Mondiali elvetici, quella splendida squadra sarebbe stata travolta dall’invasione sovietica. Chi poté riparò all’estero. Le stelle si accasarono quasi tutte in Spagna, dividendosi tra Barcellona e Real Madrid. Ironia della sorte, il colonnello Puskas (oltre mille gol in carriera) avrebbe affiancato Alfredo Di Stefano nell’attacco atomico del Real tanto amato da Francisco Franco.
Di contro, quel pomeriggio, c’erano gli splendidi uruguagi campioni del mondo in carica, gli eroi del Maracanazo, cioè il più grande shock collettivo che la storia dello sport ricordi. Nel 1950 avevano vinto i Mondiali contro il Brasile al Maracanà di Rio davanti a duecentomila spettatori, una capienza mai raggiunta da nessuno stadio per una partita di calcio, né prima né in seguito.
Se c’era stata fino ad allora una scuola calcistica in grado di fondere fantasia ed estrema concretezza, non-gioco e improvvise fiammate,  innata sapienza tattica e contenimento dello sforzo, questa era proprio quella uruguagia. I brasiliani – come notò lo stesso Brera – avevano patito innanzitutto la propria inferiorità tattica, e per questo persero 2-1. Ma il Maracanazo (su cui ha scritto pagine rivelatrici Alex Bellos in Futebol. Lo stile di vita brasiliano) non nasceva all’improvviso. Lo stile platense era maturato già negli anni venti e trenta, quando un piccolo paese di poco più di due milioni di abitanti aveva vinto due olimpiadi di fila e il primo mondiale organizzato in casa, sconfiggendo in finale gli argentini. Fulcro della squadra nella disfida di Losanna era un altro campione assoluto: Juan Alberto Schiaffino, detto il Pepe. Colui che insieme a Ghiggia aveva ammutolito i duecentomila del Maracanà, e che proprio dopo la Coppa del ’54 sarebbe approdato al Milan. Da oriundo (era nipote di un macellaio genovese) avrebbe giocato anche 4 partite in maglia azzurra.
Ciò che sorprende rivedendo Ungheria-Uruguay del 1954 è l’intensità di gioco. Soprattutto da parte ungherese, il ritmo è molto sostenuto, non tanto dissimile da una partita dei giorni nostri. L’Ungheria era arrivata all’incontro con i campioni del mondo in carica dopo aver battuto 9-0 la Corea del Sud, 8-3 la Germania Ovest, 4-2 il Brasile. L’Uruguay invece aveva perso per infortunio nei quarti di finale (4-2 all’Inghilterra) ben tre giocatori, tra cui il capitano Varela.
Per chi è avvezzo a leggere gli schemi del calcio, è evidente come ungheresi e uruguagi disegnino due distinte partiture. Sostanzialmente i primi attaccano e cercano di aprire nuovi spazi (cosa che facevano sempre, asfaltando ogni opposizione), mentre i secondi bloccano il giocano avversario e provano a ripartire in velocità.
All’inizio del secondo tempo l’Ungheria è già sul 2-0, risultato che stroncherebbe chiunque. Eppure succede qualcosa di strano: gli uruguagi, per usare la criptica espressione breriana, “difendono la sconfitta”. Detto in altri termini: non si buttano forsennatamente all’attacco, non mutano i propri schemi e il proprio gioco. Continuano ad aspettare le folate avversarie, benché il tempo stringa… ed è la scelta vincente. La partita sembra cambiare stile, e quando le maglie si allargano aumentano le tonalità platensi. I capovolgimenti si fanno improvvisi, ora si danza e si lotta alla latinoamericana. Grazie al contropiede, la Celeste riesce a pareggiare con una doppietta di Hohberg e, nei secondi finali, sfiora la clamorosa vittoria con Schiaffino.
Si va ai supplementari, e gli uruguagi – che hanno ormai capito come impallare il sistema danubiano – sfiorano nuovamente la vittoria, ma beccano un palo. Schiaffino si mangia un altro gol. La partita corre sul filo sottilissimo dell’equilibrio. Poi, complici due papere del portiere Maspoli, Kocsis segna due volte di testa portando l’Ungheria in finale.

martedì 8 luglio 2014

La notte del Prater, Massimo Moratti ricorda


Da un'intervista al Corriere della Sera
 
Sono passati cinquant’anni da mercoledì 27 maggio 1964, la notte del Prater, la notte di Inter-Real Madrid 3-1. La notte della prima Coppa dei Campioni nerazzurra, la partita che, secondo Gino Palumbo, che la descrisse sul Corriere aveva trasformato l’Inter nella Grande Inter di Angelo Moratti.

Dottor Moratti, c’era anche lei quel giorno in tribuna a Vienna?

«Certo che c’ero; eravamo tutti a Vienna, noi ragazzi, insieme con papà e mamma. Siamo andati allo stadio in largo anticipo e in tribuna abbiamo trovato una sorpresa: Alfred Hitchcock. Quando l’ho visto, proprio sotto di noi e ci ha salutato, non so bene perché, ma ho interpretato quell’incontro inatteso come un segnale che sarebbe andata bene».

Eppure il pre-partita era stato agitato dall’infortunio di Sarti...

«Sarti aveva preso una pallonata nel riscaldamento e si lamentava molto. Papà, che era sceso negli spogliatoi, era stato chiaro: se non sta bene, gioca Bugatti. E Herrera: gioca Bugatti. Così in cinque minuti, Sarti è guarito, ha giocato e ha fatto una grande partita».

Che Real era quello del 1964?

«Molti dei suoi campioni, compresi Di Stefano e Puskas, non erano più giovani; venivano da vicende personali anche affascinanti, ma continuavano a formare una squadra comunque straordinaria, per la storia che aveva, per le cinque coppe consecutive vinte fra il 1956 e il 1960, per il fascino che esercitava sugli avversari, per l’esperienza e la classe dei suoi uomini».

E che Inter era quella di 50 anni fa?

«Una grandissima squadra, capace di arrivare in finale senza nemmeno perdere una partita: sei vittorie e due pareggi. Herrera e Suarez, che venivano dal Barcellona, sentivano la partita più di tutti».

Una finale di grande sofferenza?

«Devo dire la verità: no. Ho sempre avuto l’idea che ce l’avremmo fatta, come a Madrid nel 2010 contro il Bayern. Una sensazione comune che mi ha accompagnato in queste due finali. Ma a darmi forza, è stato anche il modo in cui l’Inter ha affrontato il Real dall’inizio: sono stati tutti magnifici, con Mazzola che ne ha fatte di tutti i colori e non soltanto per i due gol. Scappava via da tutte le parti ai difensori del Real. Straordinario».

Il Mago aveva consegnato Di Stefano alla marcatura di Tagnin...

«L’ordine che aveva ricevuto da Herrera era quello di seguire Di Stefano in ogni angolo del campo e Tagnin era stato perfetto nell’esecuzione. A Di Stefano aveva detto: fin qui puoi venire, ma se ti avvicini troppo alla porta di Sarti, ti faccio male. Di Stefano era disperato, una marcatura così non l’aveva mai avuta».

La finale con il Real è considerata da tutti gli interisti il punto più alto dell’Inter di suo papà. Lei che era presente come lo spiega?

«Vienna è stata la partita che ha trasformato la storia dell’Inter, perché ha fatta conoscere la squadra e il club in tutto il mondo. È stato un momento fondamentale e decisivo anche per il futuro. A Vienna l’Inter ha cambiato la sua dimensione storica. E poi è stato tutto bellissimo: è come quando una festa che hai preparato con grande cura riesce bene. Non sai bene perché sia venuta così bene, ma è successo e sei felice che sia stato così. E poi c’erano 30 mila tifosi interisti al seguito, una grande migrazione anche in rapporto a quei tempi. Una serata fantastica, al punto che il giorno dopo si raccontava di campane suonate in mezza Europa, compreso in Polonia. Chissà se era vero, ma è bello pensare che sia successo davvero».

I giocatori che erano presenti a Vienna raccontano di non aver mai visto suo papà così felice. È stato davvero così?

«Papà sentiva la finale di Vienna come la conclusione di un percorso importante, iniziato anni prima. È stato un po’ quello che ho provato io a Madrid nel 2010, dopo il 2-0 al Bayern. È come quando concludi un lavoro lungo e faticoso e senti di avercela fatta. È per questo che era felice, anche perché vedeva tanta gente contenta intorno a lui, ma composto, assolutamente misurato nella sua esultanza. Anch’io come lui a Madrid non sono riuscito a piangere. E un po’ mi sono anche pentito di essere stato così controllato. Vedevo i giocatori stravolti dalla felicità e Mourinho che non riusciva a trattenere le lacrime. Io ero emozionato, felice, ma sereno. E niente lacrime».

Nostalgia per quella notte, per quei tempi, per quella Milano?

«La nostalgia c’è, anche pensando a papà e mamma, a quegli anni, a quella squadra e a quell’atmosfera. E anche per quella Milano, che sapeva essere anche un po’ snob, al punto che la Coppa dei Campioni vinta l’anno dopo, a San Siro e contro il Benfica, veniva considerata quasi un atto dovuto. Forse perché la vera finale per noi era stata la semifinale di ritorno con il Liverpool, quel 3-0 che nessuno ha ancora dimenticato».
 

Florentino Perez ricorda Alfredo Di Stefano

Pubblicado nel giornale El Mundo del 8 luglio 2014

"El nombramiento de Alfredo di Stéfano como presidente de honor de nuestro Club, en el año 2000, supuso un gesto de agradecimiento y sobre todo de inmenso reconocimiento para quien ha sido, y seguirá siendo siempre, uno de nuestros más grandes símbolos. Seguramente, el más grande. Porque Alfredo di Stéfano cambió la historia del fútbol y del Real Madrid. Con el corazón herido, como el de todo el madridismo y el de todo el mundo del fútbol y del deporte, puedo sentir que todos coinciden hoy en una verdad irrebatible: que siempre habrá un antes y un después de él, el futbolista más decisivo para nuestro Club dentro y fuera del campo.
La visión extraordinaria de don Santiago Bernabéu fue estratégica para su llegada, que significó una auténtica revolución para el fútbol no sólo nacional, sino continental y mundial. Alfredo di Stéfano fue la clave esencial del salto de nuestro Club como gran líder de este deporte. Para muchos, y verdaderamente para mí en particular, fue, es y será, por muchas razones, el mejor de todos los tiempos. Aquella España en blanco y negro de enormes dificultades y de heridas abiertas, aquel país roto y necesitado de sueños halló en el Real Madrid de Alfredo di Stéfano milagros de fútbol que jamás se habían imaginado. La dimensión universal de la leyenda blanca comenzó a consolidarse fundamentalmente en aquellos años y fue el héroe principal de gestas maravillosas. Sin embargo, él nunca olvidó a los que fueron sus compañeros como parte imprescindible de un todo. Unos futbolistas únicos que fueron reconociendo, uno por uno, que sin aquella figura espectacular, sin aquel rayo cegador y permanente para los rivales, nada habría sido igual.
Yo fui uno de esos privilegiados niños que tuvo la inmensa fortuna de verle jugar con la pelota, y por supuesto dominar en los campos. Alfredo di Stéfano era la parte más valiosa del precio de la entrada o del abono. Ir a ver al Real Madrid era ir a ver a Alfredo di Stéfano. Ir a ver a Alfredo di Stéfano era ir a ver al Real Madrid. Porque él representó como nadie los valores esenciales del madridismo: energía, ilusión, coraje, respeto a los compañeros propios y a los rivales, amor por el juego, triunfo, compromiso, altísima calidad... Él fue la combinación de un talento inmenso, una entrega sin límites y un hambre de victorias desconocido hasta su llegada.
Alfredo di Stéfano fue nuestro mejor embajador. Su hoja de servicios tuvo una culpa gigantesca de que fuera reconocido, años después por la FIFA, como el mejor club del siglo XX. Él nos generó y nos transmitió buena parte del estilo y de los códigos indestructibles que han hecho del Real Madrid lo que es. Y él fue uno de los motores principales que seguirán siempre en funcionamiento para que este equipo luche toda la vida para alcanzar las metas más elevadas.
Hablar de Alfredo di Stéfano en pasado nos sirve para recordar al futbolista más influyente de nuestra dorada historia. Pero es preciso aquí y ahora, y cada vez que nos pregunten afirmar que su figura debe ser el apoyo fundamental para enfilar el presente y el futuro.
Entre todas las lecciones que aprendimos de él, la principal debe ser la de la insatisfacción permanente; la sensación inequívoca de que una vez logrado un objetivo de lo que se trata es de ponerse manos a la obra para conseguir el siguiente. Desde el primer amistoso de cada pretemporada hasta la final más dura, pasando por todos y cada uno de los encuentros. Su manera de entender el fútbol y el Real Madrid se trasladó en la reciente final de Lisboa: sin el menor atisbo de rendición. Aunque él no pudo estar allí con nosotros, su espíritu impregnó la consecución de La Décima. No tengo ninguna duda de esto. Este gran título, que él también disfrutó, es suyo. Porque la Copa de Europa es el Madrid y el Madrid es Di Stéfano.
Él nos enseñó que no debería haber nadie capaz de convencer a un futbolista del equipo, ni a un técnico, ni a un aficionado, ni a un presidente, de que un partido es menos importante que otro. Él contó hasta el último de sus días que uno de sus grandes disgustos fue no ganar el encuentro de su debut con el Real Madrid, pese a que aquel 23 de septiembre de 1953, cuando saltó al campo de Chamartín para enfrentarse al Nancy, apenas hacía unas horas que había llegado y que se había pasado tres meses sin entrenarse. Aquello fue la segunda de las lecciones de coraje que nos dio a todos los madridistas. La primera fue aguantar las enormes presiones a las que se vio sometido para poder firmar por el Real Madrid, el lugar en el que quería estar.
Yo estoy convencido de que todas las generaciones deberían tener el derecho de disfrutar de Alfredo di Stéfano. Fue de esos deportistas que nunca deberían haber envejecido, por muy valiosa y edificante que nos proyectara su madurez primero y su vejez después. Y que todos pudieran captar y disfrutar la esencia de su significado en el momento en el que se produjo. Pese a ello, creo que el suyo es el único caso en la historia en que la grandeza de un jugador está a la altura de lo que realmente significó. Incluso es posible que se haya quedado corta.
El alma del club ondea a media asta en su memoria, y precisamente por el recuerdo permanente de su fuerza y su arrojo, de su impresionante e inigualable trascendencia, se izará de nuevo. Jamás me cansaré de pensarlo y de decirlo: Alfredo, gracias por tantísimo."


Mazzola ricorda di Stefano

Tratto da una intervista di Sandro Mazzola del 16 marzo 2014:


Il gol più bello? “Ce ne sono tanti: la doppietta contro il Real a Vienna, ma soprattutto quello a Berna con la nazionale. Quando andavamo all’estero i tifosi avversari ci fischiavano, mentre gli immigrati italiani vivevano l’incontro con gioia ma soprattutto la nostra eventuale vittoria era simbolo di riscatto. A Berna quel giorno passammo in svantaggio. Potete immaginare i nostri tifosi. Poi ad una manciata di secondi dalla fine arriva una palla, si sviluppa un’azione magistrale, faccio due o tre palleggi, entro in area tiro e segno. I nostri esplodono in una gioia indimenticabile”.

Il calcio non è solo calcio, è cultura, è costume, è inseparabile presenza nella vita quotidiana. Pensate che gli indici delle borse nazionali risentono dei risultati sportivi, salgono e scendono in relazione a vittorie e sconfitte.

Dicevi di Vienna della finale con il Real … “Sì, era il 1964 e il mio mito era Di Stefano. Prima di “salire” in campo dal sottopasso del Prater, (lo stadio di Vienna ndr), le squadre erano in fila ed io fissavo con ammirazione Di Stefano. Suarez mi prende e dice: “Ehi, sei venuto per giocare la finale o per vedere come è fatto Di Stefano? Vincemmo 3 a 1, con una mia doppietta, meraviglioso! Alla fine della partita cerco Di Stefano per chiedergli la maglia, mi viene incontro Puskas, il mitico campione ungherese: dammi la maglia, tu sarai un campione, mi disse. Conservo ancora oggi quella di Puskas, ma ahimè mi manca quella di Di Stefano. Facchetti, Picchi, Burnich, Corso, Suarez … Amici e persone fantastiche. Ho trascorso con loro molti i momenti più belli della mia vita. Helenio Herrera? Allenatore metodico persino maniacale, soprattutto per la disciplina e le ferree regole durante i ritiri. Un giorno io, Burnich e Picchi “scappiamo dal ritiro”: erano le 7 del mattino: destinazione la chiesa ad un passo dal ritiro dove volevamo assistere alla messa. Ad un certo punto, dietro ad una colonna della chiesa, compare il mago. Mi difendo affermando che senza la messa gioco male e concordano Picchi, Burnich e Facchetti. Il mago si convince: la fuga dai ritiri non è per festini e per trovare ragazze disponibili. Il mago capisce e da allora la messa è celebrata ogni sabato prima della partita. Ricordi quando eravamo a 7 punti dal Milan? Ebbene, la squadra aveva vissuto un risveglio spirituale, partecipavamo alla messa, ci si confessava, eravamo coinvolti in opere di solidarietà … vincemmo il campionato all’ultima giornata”.
 


L'Angelo innamorato di Gianni Brera






Nacque alla Boca di Buenos Aires, dove il grande Rio del Plata incomincia a dilatarsi in estuario. Alla Boca parlano un argentino impigrito di còccina genovese. Antonio Valentin era di origini lucane. Suo padre macellaio sciabolava filetti con la goduria di uno che per molte generazioni aveva ruminato mandorle. Antonio G. Rossi, avventurato marinaio scrittore, ha insinuato che gli argentini fossero tristi perché, abbuffandosi di carne, affaticavano il fegato fino a venirne turbati. La spiegazione era piena di fascino e come tale possibile di arguta fasullaggine. Gli argentini erano, sono tristi perché rimpiangono l'Europa o le Ande non appena si dispongono a digerire. Un po' si vergognano anche di avere varcato l'Atlantico per la sola soddisfazione di rimpinzarsi. Quanto alle Ande, il loro fascino è misterioso: le piume che i Criollos si ficcavano tra i capelli lasciavano il segno sul cuoio capelluto. Momenti di primigenia felicità si guastavano al ricorrere insano della storia. I bianchi si vantavano criollos per mero sfizio ma chiamavano cabezitas negras (crapette nere) i connazionali con i volti austeri di Sivori e Maradona. I bianchi erano italiani o spagnoli. Vi fu un momento in cui gli abitanti de Argentina libre dovettero adottare la lingua nazionale e furono incerti fra l'italiano e lo spagnolo: poi si dovettero acconciare allo spagnolo perché gli italiani non andavano oltre i dialetti di origine e per capirsi dovevano spropositare secondo koinè Castellana.
Antonio Valentin nacque da due che avendo ruminato mandorle mordevano carne con inesausta fame. Il ragazzino soffriva minori smanie al cospetto di Santa Proteina. Cresceva bene, di moderata longilineità. Il vizio stradaiolo della pelota de piè gli rese un pò ipertrofiche le cosce, però in equa misura. Nobilitò le mani posteriori come pochi eran buoni sulla riva argentina dell'estuario. Naturalmente lo scoprirono al Boca e s'incantarono. Chi non possiede nozioni di calcio o di atletica si aggrotta agli entusiasmi dei pedofili estetizzanti. Li prende per maricas (vulgo culattoni). E' uno dei mille modi in cui gli ignari si rifanno della propria ignoranza. Fatemi vedere Antonio Valentin controllare un pallone bozzuto e poi coordinarsi come per un passo di danza e toccare gentile ad un amico: immancabilmente io avrò incolpevoli reazioni alla Marcel Proust: capace anche che arrivi all' abominio di chieder palla atteggiandomi a toccatore di fino (con il piatto): se il pedator de calle rifiuterà l' omaggio al fanatico, rivelerà semplicemente la sua gelosa ignoranza (e irriconoscenza marcia): ma se io avrò conoscenze al Boca Juniors, perdiò, saprò bene a chi dire hoye, amigo: ho appena scoperto il nuovo Di Stefano! Mira.
Antonio Valentin encanta a todos. Appena sedicenne convince don Guillermo Stabile che la fuga di Alfredo Di Stefano in Colombia non rappresenti nulla di tragico. Non ancora diciottenne, Antonio Valentin è nazionale. I campeonatos suramericanos si svolgono a Lima, in Perù. A.V.A. è centravanti d' una squadra che, guidata con un po' di decenza, non avrebbe eguali al mondo. Nel 1957 vigeva il WM inglese. Don Guillermo non aveva l'umiltà di riflettere che l'Argentina poteva legiferare in materia di pedate. L'Uruguay, padre del futbol, non ha mai abbandonato il W, con doppio terzino centrale d'area: l'Argentina ha dato campioni più di ogni altro Paese al mondo, perciò non si è degnata di curare minimamente la tattica di gioco: quando il W è sembrato obsoleto, ha puntualmente imitato gli imbecilli adottanto il WM. Con quel modulo incongruo ha incontrato il Brasile ai campionati sudamericani di Lima e l'ha convinto ad abbandonare l'ingannevole strada degli inglesi. L'Argentina aveva un trio centrale di classe cosmica: era composto da Maschio, Angelillo e Sivori. Il Brasile è stato ridicolizzato e Feola ha convinto i sopracciò del suo paese a bloccare la squadra sul 4-2-4 cosiddetto (ma era una balla, perché l'ala sinistra arretrava a sostegno del centrocampo e perfino della difesa). L'Argentina non ha ritenuto di doversi abbassare allo studio di una tattica. Per soprammercato, gli angeli dalla faccia sporca sono stati immediatamente acquistati da squadre italiane: Sivori è venuto alla Juventus, Maschio al Bologna, Angelillo (A.V.A.) all'Inter. Non aveva vent'anni, il nostro, e la natura plorona del figlio unico. Preso alla Boca e buttato nel centro di Milano, ha sofferto le pene del mammone. Giocava senz'aver neanche riposato un giorno: gli mancavano mamma e filetto al sangre. Inoltre, nella sbolinata Inter di Milano infierivano goffi nazionalisti pro domo sua: il mattissimo Benito Lorenzi, toscanello da Borgo a Buggiano, chiamava stranieracci gli oriundi e non solo gli negava la palla, ma gli faceva smorfie da bambino scemo. Queste licenze mi consento nei suoi confronti sapendolo amico (mo' che lo conosco, t'missa d'un cujòn): però è vero che A.V.A. si sentiva perso, al punto che Angiolin Moratti, presidente dell'Inter e squalo bianco del petrolio mediterraneo, esprimeva seri dubbi sulla precisa identità del soggetto: Second mi diceva n'han mandà minga quell giust (pensava infatti che gli avessero mandato un falso Angelillo). Lo squalo aveva un cervello che neanche Gerolamo Cardano, medico e matematico. Sapendolo solo e afflitto da nostalgia, pensò di far pilotare A.V.A. a diporto in qualche night. A questo proposito chiamò due scapoli, Fongaro e Masiero, due veneti sgherri.
Fongaro e Masiero pilotarono A.V.A. dove Ilya gorgheggiava Grazie dei fior. Ilya si era munita d'un pseudonimo strano: forse ignorava che Lopez era ed è il cognome di molti ebrei spagnoli. A Milano amammo molto un Sabatino autore di candide commedie; suo figlio Guido Lopez è storico di vaglia. La Ilya prese in braccio Antonio Valentin e se avesse potuto l'avrebbe pure allattato. Antonio ritrovò gli estri mammoni che avevano consolato la sua malinconica adolescenza sulla Boca. I suoi occhi tornarono vivi. Il profilo era nobile. Il naso leggermente aquilino e la bocca ben tagliata lo facevano somigliare a Ramon Navarro. Con la differenza che Ramon era un nano, mentre lui, il nostro A.V.A., era un principe de la pelota. Le sue mosse feline obbedivano a naturale e mai voluta eleganza. I piedi si appoggiavano alla palla come un pennello ai colori in tavolozza. La falcata variava secondo estri e necessità agonistica.
Il suo calcio era propriamente una danza ora concitata ora lieve, ora violenta ora blanda e quasi soave nei toni. Lo vidi esordire a San Siro cercando Massei con una lunga fiondata all'ala: Massei ricevette controllando in corsa ma senza alcun affanno: portò avanti la palla e dall'estrema crossò verso l'area: a riceverla, con uno stacco perfetto, era l' immenso A.V.A., che con un balzo armonioso la incornò verso l'angolo. Ebbi l'impressione dicesse: e giunto al fin della licenza io tocco. Aveva un bel protestare Lorenzi agli stranieracci: l'oriundo lucano Angelillo non era affatto un angel con la cara sucia: era semplicemente un dios de la pelota. In illo tempore incombevano i mondiali di Svezia e Alfredo Foni, che aveva portato l'Inter a due scudetti, per non macchiarsi dell'orribile colpa di fare catenaccio andò con il WM a Belfast e si fece mettere fuori dall'Irlanda del Nord. Non meno ignaro (nesci) di lui mi parve Guillermo Stabile, c.t. dell' Argentina. La quale venne sì ai mondiali, ma giocando WM sprecò una squadra da tuoni e fulmini, prese goleada dai ceki e disse con il pianto nella voce: Debbo pensare che sia la rassa o far presente a lor signori che el mejor centerforward del mundo es a Milan?ll poveretto si riferiva ad Angelillo: troppo poveri (e superbi) erano allora gli argentini per degnarsi di porre come condizione dei trasferimenti la facoltà di richiamare in patria i campioni più idonei alla nazionale. Avesse rifatto la squadra di Lima, modificando il WM come i brasiliani, Stabile avrebbe tranquillamente vinto il mondiale. Angelillo rimase all'Inter e fece 33 gol in una stagione. Giocò alla Di Stefano e i giornali argentini pubblicarono foto nelle quali rilevavano con molto sdegno che el mejor centerforward del mundo stava schierato sulla linea della propria porta, come un terzino qualsiasi. Io adoravo A.V.A. e Ilya me lo portò una sera all'osteria da Chang e mi confidò di averlo fatto vistare da uno psicologo, il cui verdetto era stato che el mas grande centerforward del mundo aveva la capa d'un ragazzino di 14 anni non ancora compiuti. Io dissi a Ilya che nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere l'attacco dell'Orlando Furioso o del don Chisciotte a Di Stefano o a Rivera. Ilya me ne fu grata e A.V.A. completò con lei la propria educazione sentimentale. Venne Accaccone all'Inter e come gli ungheresi a Barcellona Angellilo si deve esser domandato come mai un broccaccio di quella fatta si arrogasse il diritto di comandare a chi invece dava deliziosamente del tu alla palla. Accaccone lo prese in sinistra parte e pretese da lui che corresse oltre i limiti consentiti dalla ragione e dai soavi ricordi di Ilya.
Per scusare Angelillo scrissi che la colpa era nostra: sentendosi condannato a morte dal superlavoro pedatorio, Angelillo era inconsciamente portato a cercare la salvezza sul seno di una femmena bella e desiderabile. Accaccone adorava le donne ma non ammetteva che anche gli altri ne traessero motivi di soddisfazione e di gioia. Moratti dovette arrendersi e consentire che Angelillo se ne andasse dall'Inter per emigrare a Roma. Angelillo fece alcune memorabili partite nella nazionale di Lega (al servizio di Boniperti) e poi tornò a Milano per esibirsi nel Milan. Giocava ad alto livello dall'età di 16 anni. Quanto può durare, onestamente, la carriera di un grande pedatore? Angelillo aveva scapolato il servizio militare, venendo in Italia, e aveva dovuto rinunciare per sempre a tornare in Argentina.
Così rimase in Italia e si fece allenatore. Se il nostro calcio fosse serio com'è dispendioso, Angelillo verrebbe onorato come un grande insegnante di tecnica: non essendo serio, Angelillo deve fare l'allenatore di ventura. In questo momento insegna calcio in Marocco. Se i marocchini sono seri, come non ho motivo alcuno di dubitare, presto il loro calcio si troverà ad aver compiuto grandissimi progressi dal punto di vista dei fondamentali. Pochi pochissimi al mondo ho veduto trattare palla come Valentin Antonio Angelillo, originario lucano come i miei amici Sinisgalli e Guerrieri, che Dio li benedica.
Gianni Brera
La Repubblica - 24 agosto 1989